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Un natale esclusivamente per l'arte
“...noi, come i veri primitivi,
continuiamo a dipingere gli uomini
su sfondo d'oro. Stanno davanti
a qualcosa d'indistinto. Talvolta
all'oro, talvolta anche al grigio.
Talvolta nella luce, e spesso
dietro di loro vi è un buio impenetrabile”
 
R.M.RILKE
(Appunti sulla melodia delle cose)
 
Sono undici gli artisti che a “QuARTissimo” ampiamente e con soggettivi interventi accendono, con la luce dell'arte, le luci di un altro natale.
Lo sguardo di Anna Marchi non ha paura di essere abbagliato e si diffonde ampio a contemplare su una tela “arazzo” degna di una stanza di castello rinascimentale, il tema sacro della natalità. Anche in quest'opera, mito e storia si compenetrano in un tessuto narrativo complesso e dagli esiti pittorici suggestivi. Sacro e profano diramano echi profondi ed incisivi. In questa enorme tela tinte e immagini veramente si compenetrano in un omogeneo, felice risultato estetico che precede la traduzione del senso. Il drappo si cala dall'alto come una coltre ad accogliere tutti gli altri artisti con i quali tesse la trama e approfondisce e completa un colloquio ricco di interventi e sfumature. Tutti quanti si impongono finemente di recitare a soggetto e tutti gli undici orchestrano note dai timbri e dal fraseggio polivalente.
In Flaviano Ortu “le mille luci” si fanno luminescenti circuiti elettrici dismessi che riprendono a “vivere” grazie alla patina d'oro che estrae da questi teche e cornici minuscole, alvei dorati , nicchie preziose degne di accogliere l'evento sacro, l'annunciazione, la natività, secondo i canoni della più pregiata tradizione classico-rinascimentale.
In G. Loi, T. Mattu, certi simboli si connettono o alla tradizione o richiamano il più bieco consumismo e, nella prima, i contenuti si fanno palese denuncia. Simboli e motivi della tradizione, emblemi anche di certa conformistica accettazione sono i temi degli artisti: Mocci, Secci, Biselli, Dell'Argine, Giordano, Ruzzu che richiamano esplicitamente e cromaticamente il momento annuale che ripetutamente accompagna tutti nella sia lunga sia breve esistenza: luce e colore prende corpo per ricondurci tutti al grande evento e comunque ricordarcelo.
In Giuseppe Cucca “le mille luci” sono retoricamente accese grazie all'ironico sfavillio artificioso che come una pioggerellina cade su volti dai tratti morbidi ma anche un pò grotteschi. Le luci si accendono su volti e figure in una maternità che sembra esistere solo nel prestito di un rotondo ventre muliebre, ma che è totalmente affidata ad una presenza maschile ieratica e severa dallo sguardo penetrante quasi a garanzia di sicurezza e fermezza, immersa in un cromatismo metaforicamente teso al richiamo costante del liquido amniotico dal quale anch'esso, maschio e uomo, sembra non volersi mai più allontanare.
 
                                                                                                                                    
Caterina Spiga

 


 
 
 
 
Aversano & Giordano Arte