Italian
Scritti e presentazioni > Lessico famigliare
“Lessico famigliare” ovvero l’insostenibile morso degli affetti.
“Quante volte si è aggrappata alle sue gonne quella mano da bambina, come a sua
volta si era aggrappata lei al saio del signor padre, con una richiesta di attenzione e
una serie di domande che si potevano racchiudere in una sola: posso fidarmi di te?
Ma forse anche la figlia aveva scoperto che non è possibile confidare in chi, pur
amandoti ciecamente, alla fine resterà incomprensibile e lontano”.
Dacia Maraini
“La lunga vita di Marianna Ucrìa”
 
Per questi giovani autori che si accingono ad affacciarsi sulla scena artistica cagliaritana riflettere –sotto suggerimento del curatore e gallerista Sandro Giordano che li ospita entusiasta- su un tema dal titolo “Lessico famigliare” diventa pretesto intrigante per immergersi in atmosfere sature di spunti e meditazioni. La loro si fa rappresentazione di piaghe della quotidianità senza patine di ipocrisia, né perbenismi, né idilli. Non è neanche rappresentazione della famiglia come luogo di rifugio sicuro o crescita armonica o mondo animato da presenze rassicuranti e fondamentali come in certo buon “Lessico famigliare” di letteraria memoria!
Qui piuttosto la famiglia vien vista con occhi inquieti e sentimenti ambivalenti. Lungi dall’ intavolare discorsi ormai inflazionati, questi artisti colgono, chi con discrezione, chi con solennità quasi religiosa, chi con delicatezza e circospezione dei frammenti che assurgono a segmenti fondamentali di un mondo in crisi che trasuda malumori, disagi, sofferenza e fa anche sfociare gesti estremi manifestazioni di odio e brutalità. Ogni artista col suo binomio di opere contribuisce come con dei cortometraggi a comporre una sorta di “romanzo famigliare” fatto di tessere che lo spettatore, se sensibile e accorto, si picca di unire insieme vedendo risvegliare ognuno un proprio bagaglio esperienziale fatto di trascorsi che credeva di aver sepolto o gelosamente custodito.
Ogni artista, su medio formato, dipana il suo cortometraggio come in un “11 settembre” di famiglia in cui pudicamente (è la nota che accomuna quasi tutti questi undici ! giovani) coagula l’attenzione su una gamma di situazioni, dinamiche e rapporti che ci si deve convincere ormai a ritenere crollati e obsoleti afferenti a quella che ormai può essere chiamata “fenomenologia” della famiglia languente, appassita, esangue. Ci si accorge, ahi noi, senza neanche diventare adulti che non esiste più.
Queste opere lo ribadiscono e, affermando, negano. Negano che ci possa essere affetto, comunicazione, calore, sicurezza, protezione, disponibilità, dedizione.
Le presenze diventano fantasmi di un mondo che non esiste più, sono molto spesso fantocci, manichini, bambolotti, marionette che inscenano un rituale stereotipato aggrappandosi a ciò che non c’è più.
Le scontate e carismatiche figure che costituivano il nerbo di questa istituzione sono scaraventate in un passato dove è calato il buio che copre gruppi e singoli interni asfittici e mefitici.
Un passato che può ad alcuni far venire languore o nostalgia.
Mi piace vedere nelle opere gemelle ma diverse di Tonino Mattu quelle che aprono e chiudono questo discorso sul microcosmo familiare e lo racchiudono in un universo più vasto fatto di echi e voci di dentro in cui si concentrano drammi in silenzio e dignitosa sopportazione e acuto, muto dolore come nelle più poderose saghe familiari di certa alta letteratura e cinematografia.
Ancora, nelle opere del giovane Mattu, consistenza pittorica e contenutistica, contrassegnata da perizia e rispetto per la tecnica che con fare iconico, bizantineggiante, ci proietta in un passato che ancora ci appartiene e ci possiede e tende, nello stesso tempo, il filo verso un presente fatto di ignominia, vituperio, abuso.
Queste opere di T. Mattu possono, pertanto, a mio avviso fare da incipit l’una, l’altra da epilogo o comunque da cornice e racchiudere quelle di tutti gli altri artisti: Giuseppe Artini; Sebastiano Atzeni; Simeone Biselli; Francesco Casale; Stefano Daga; Paolo Marchi; Sara Marras; Federico Meli; Ivan Soddu; Desirè Spadafora che, chi più chi meno prudentemente ma tutti sobriamente si sono cimentati forse nella speranza di lenire, sopportare, divorare, superare la schizofrenia ( che è la normalità) delle relazioni, dei rapporti, dei legami, dei lacci che ci tengono per tutta la durata dell’esistenza e oltre. Le loro sono interpretazioni su un tema che non li fa cadere mai nella banalità, nell’ipocrisia o nella gratuita e fastidiosa denuncia ma sottilmente intravedono e lasciano affiorare sommessamente riferimenti e agganci alla condizione umana fatta di miserie, errori… amputazioni. “Marianna fa per scrivere un altro divieto ma si trattiene. Come suona arrogante la sua interdizione: stroncare, recidere, tagliare… Anche lei, da madre apprensiva, ora è li pronta ad amputare i sentimenti di sua figlia” (1) , fortunatamente Marianna si ravvede e nell’abbracciare la figlia ritorna sui propri passi.
 
Caterina Spiga
 
 
 
(1) da: “La lunga vita di Marianna Ucrìa” di Dacia Maraini

 
 
 
 
Aversano & Giordano Arte